26/08/16

[Soffitte] Pedagogia nera e libri per l’infanzia nell’età della Secessione


La rubrica Soffitte era stata inaugurata mesi fa da una rassegna di libri illustrati per bambini nell’Unione Sovietica degli anni ‘20; a un’altezza cronologica di poco precedente è dedicata questa nuova selezione, sempre di libri illustrati, questa volta pubblicati nei paesi di lingua tedesca durante il primo decennio del ‘900. Come etichetta rappresentativa dell’epoca si è scelta quella della Secessione, movimento artistico e culturale che ebbe i suoi influssi anche nell’ambito della produzione di libri per l’infanzia, e come motivo cardine quello della pedagogia nera (Schwarze Pädagogik), costante tematica di un gran numero di storie dell’epoca.

È possibile individuare le radici di questo filone narrativo nella letteratura didattica della seconda metà del XVIII secolo, e indagarne lo sviluppo diacronico a partire dai capolavori di Heinrich Hoffmann (Der Struwwelpeter, 1845) e Wilhelm Busch (Max und Moritz, 1865), sulla scia delle indicazioni presenti nell’ottima monografia di Dieter Richter Das fremde Kind. Zur Entstehung der Kindheitsbilder des bürgerlichen Zeitalters (1987; in it. Il bambino estraneo. La nascita dell’immagine dell’infanzia nel mondo borghese, 1992). In questa premessa vorrei però limitarmi a un accenno relativo ai suoi principali “ingredienti” o topoi, vale a dire gli elementi che nel corso del tempo hanno contribuito alla fortuna del genere (utilizzo la parola in un’accezione ampia) e alla sua riconoscibilità.

Heinrich Hoffmann è stato forse il primo scrittore per l’infanzia a mettere a frutto in modo consapevole l’intuizione per cui la storia di un bambino punito per i suoi vizi, al di là del consueto risvolto morale e didattico, può risultare divertente, e tanto più se il castigo è spropositato, inverosimile e definitivo. Nelle sue storie troviamo così una bambina che giocando con gli zolfanelli prende fuoco ed è ridotta in cenere, oppure un bambino che si rifiuta di mangiare la minestra e così deperisce fino a morire. Accanto a situazioni di questo tipo, dove il castigo avviene per mezza di una sorta di giustizia naturale, vi è poi il caso dei bambini intinti nell’inchiostro dal “grande Nikolas” fino a diventare neri più del moretto che avevano preso in giro, o quello del bimbo a cui vengono recisi i pollici da un temibile sarto per fare in modo che non se li succhi più.

Heinrich Hoffmann e Wilhelm Busch

I bambini di Hoffmann sono quasi sempre testardi e disobbedienti, e spesso i loro vizi sono legati alla mancanza di igiene o di buone maniere; soltanto uno di essi presenta un’indole sadica e distruttiva, ma la esercita perlopiù nei confronti di animali. Il vero e proprio “bambino terribile”, in questa ottica, è un’invenzione che spetta soprattutto a Wilhelm Busch, il quale per la prima volta ritrae monelli che hanno come esplicito bersaglio delle loro azioni (scherzi crudeli, burle e quant’altro) non solo animali, ma soprattutto figure di adulti – peraltro ridicolizzate anche dallo stesso autore che ne offre una raffigurazione grottesca.

Punizioni crudeli, spauracchi spaventosi e bambini terribili sono i tre topoi caratteristici del filone “nero” della letteratura per l’infanzia che ebbe grandissima fortuna nei paesi di lingua tedesca a partire dalla metà del XIX secolo e fino almeno ai primi decenni del XX secolo. A cavallo tra i due secoli, un fenomeno per molti versi innovativo che investì il settore dell’editoria rivolta all’infanzia fu la realizzazione sempre più copiosa di libri concepiti come prodotti di qualità frutto del contributo di scrittori e illustratori di valore, in ossequio a una rinnovata attenzione per lo stile grafico e per la componente tipografica dei volumi che spesso diede origine a soluzioni originali e sperimentali. I tre libri che si è scelto di presentare esemplificano molto bene lo spirito di questa età in relazione alla letteratura per l’infanzia: Ramsamperl (1903) di Fritz von Kenner è un prodotto raffinatissimo, impreziosito dalle illustrazioni Jugendstil di Anton von Kenner (all’epoca tra i più affermati pittori viennesi); Hatschi Bratschi’s Luftballon (1904) è un’originale storia in versi scritta da Franz Karl Ginzkey, scrittore austriaco neoromantico che vantava amicizie di primo piano tra gli intellettuali; Daniel und Melanie (1908) è una bizzarra rivisitazione del Max und Moritz di Wilhelm Busch ad opera di Herbert Rikli, artista svizzero che oltre a scrivere la storia ne realizzò le bellissime illustrazioni.


Ramsamperl (1903)
Fritz von Kenner e Anton von Kenner (ill.)


A cavallo tra ‘800 e ‘900 la figura dello spauracchio demoniaco compagno di San Nicolò e noto soprattutto col nome di Krampus conobbe una grande fortuna iconografica in diversi paesi europei e in particolare in Austria, dove divenne oggetto di rappresentazione anche da parte di artisti di notevole spessore. Il Krampus comparve in alcune cartoline realizzate da illustratori appartenenti alla Wiener Werkstätte, tra cui Mela Köhler e Josef Divéky, e in libri per bambini come Ramsamperl, pubblicato a Vienna nel 1903 dall’editore A. Pichlers Witwe & Sohn con illustrazioni di Anton von Kenner e versi del fratello Fritz.

Concepito come volume natalizio, e a questo proposito interessante, oltre che per le raffinate illustrazioni in stile Jugendstil, come testimonianza di una commistione tra culti sacri e profani storicamente verificatasi, il libro narra di una bambina che ha la brutta abitudine di stare troppo vicina al fuoco del camino, e per questo motivo, durante la notte di Natale, viene rapita e tenuta prigioniera all’interno della canna fumaria da Ramsamperl, demonietto caprino figlio di Pelzmertel (una variante locale del Krampus). Al fianco di San Nicolò (a sua volta inviato da Gesù Bambino), Pelzmertel riuscirà a liberare la bambina, che la stessa notte farà sogni incantati grazie alla visita dell’Uomo della Sabbia, e a punire severamente Ramsamperl.

Fritz e Anton von Kenner, Ramsamperl (1903)



Anton von Kenner (1871-1951) fu uno degli artisti figurativi più attivi e versatili nell’ambiente viennese di quell’epoca: docente alla Scuola di Arti Applicate di Vienna – tra i suoi allievi si ricordano Oskar Kokoschka e Anton Kolig –, fu autore di dipinti a olio, opere grafiche e decorative, mosaici, ceramiche, acquerelli, ex libris e quant’altro. Tra i suoi numerosi lavori, degni di nota sono soprattutto un salone di Palazzo Dumba (1902), i mosaici per il Dianabad di Vienna (1916) e un enorme affresco raffigurante San Cristoforo e Gesù bambino sulla facciata della chiesa di Mauterndorf, nei pressi di Salisburgo (1934). In merito alla sua attività nell’ambito della letteratura per l’infanzia, sue furono le illustrazioni per la prima edizione austriaca del Pinocchio di Collodi [Hölzele, der Hampelmann, der schlimm ist und nicht folgen kann! (Legnetto, il burattino cattivo che non ubbidisce a nessuno!), trad. di Franz Latterer, 1923].


Hatschi Bratschi’s Luftballon
(La mongolfiera di Hatschi Bratschi, 1904)
Franz Karl Ginzkey, M. v. Sunnegg (ill.)


Hatschi Bratschi’s Luftballon è un classico della letteratura per l’infanzia austriaca, ancora oggi ricordato da generazioni di lettori per via delle numerose riedizioni pubblicate nel corso degli anni ma soprattutto per il suo carattere controverso. La storia, come in molti libri per bambini dell’epoca, prende le mosse da una disobbedienza: incurante degli ammonimenti della madre che lo esorta a rimanere tra le mura domestiche, il piccolo Fritz si allontana da casa e corre libero per i campi, finché non viene raggiunto dalla mongolfiera del turco Hatschi Bratschi, un temibile spauracchio mediorientale costantemente a caccia di bambini da rapire e mangiare. Il viaggio del bambino prosegue poi attraverso una rocambolesca successione di bizzarri inconvenienti – dall’incontro con una strega malvagia allo sbarco su un’isola di selvaggi cannibali –, e terminerà col canonico ritorno a casa dalla sua famiglia.

Il libro ha fatto parlare di sé per via di alcuni elementi narrativi piuttosto controversi e senz’altro lontani da ciò che oggi si potrebbe definire “politicamente corretto”, in primis la rappresentazione stereotipata e caricaturale che nelle prime edizioni viene data del cattivo Hatschi Bratschi (un turco mangia bambini) e della tribù di selvaggi cannibali (i quali, si dice, si arrampicano sulle palme “come delle scimmie”). Col succedersi delle varie riedizioni il testo del libro venne ripulito dai dettagli più sconvenienti, e così il turco divenne un semplice mago, mentre i selvaggi furono sostituiti da un branco di scimmie dispettose. Se a ciò si aggiunge l’evoluzione delle illustrazioni del libro nelle sue varie edizioni, dall’inquietante e raffinata versione di M. v. Sunnegg (1904) alle varianti sempre più cartoonesche di Erwin Tintner (1922), Ernst von Dombrowski (1933) e soprattutto Grete Hartmann (1943), Wilfried Zeller-Zellenberg (1960) e Rolf Rettich (1968), non è difficile comprendere quanto l’opera, nella sua accidentata storia editoriale, sia esplicativa di un grande mutamento di sensibilità nei confronti dei prodotti destinati all’infanzia.

Hatschi Bratschi’s Luftballon. Illustrazione di Ernst von Dombrowski
tratta dalla terza edizione del libro (1933).

Nel caso specifico, senza voler entrare nel merito della questione pedagogica che in buona parte sottende operazioni di questo genere, è evidente come da un’opera per molti versi suggestiva si sia passati a una serie di riedizioni quanto mai anonime e assolutamente prive del fascino dell’originale. Nelle parole di Hans Magnus Enzensberger: “mutilato da editori buoni a nulla, sfalsato da cattivi illustratori, castrato da guardiani della pedagogia ed infine tolto di mezzo completamente, perché come ogni persona illuminata sa non esistono né streghe né maghi in Oriente e di certo non ci sono cannibali in Africa, e bisogna perciò stare molto attenti a che i bambini piccoli non si facciano idee sbagliate”. 

La terza edizione di Hatschi Bratschi’s Luftballon (1933, con ill. di Ernst von Dombrowski) è scaricabile in formato pdf a questo indirizzo. Per un’analisi più approfondita del libro rimando anche all’articolo che vi avevo specificamente dedicato lo scorso anno, sempre sulle pagine di questo blog. Dello stesso autore, il prolifico Franz Karl Ginzkey (1871-1963, scrittore e poeta austriaco che fu amico di Hermann Hesse e Stefan Zweig), un altro curioso libro per bambini molto posteriore ad Hatschi Bratschi’s Luftballon, ma ad esso accostabile per il piglio fantasioso, è l’onirico Der Träumerhansl (Hansl il sognatore, 1952, con ill. di Romulus Candea).


Daniel und Melanie, oder Die bösen Negerlein 
(Daniel e Melanie, o I cattivi negretti, 1908)
Herbert Rikly


Nel 1908 l’editore Braun & Schneider di Monaco di Baviera – dalla metà del XIX secolo tra i più noti per quanto riguarda la letteratura umoristica per l’infanzia – pubblicò Daniel und Melanie, oder Die bösen Negerlein und andere lustige Geschichten in Bildern und Versen (Daniel e Melanie, o I cattivi negretti e altre storie per versi e immagini), un libro scritto e illustrato da Herbert Rikly. “La storia che dà il titolo al libro” – cito da Böse Kinder (1999) di Reiner Rühle, monumentale volume bibliografico sul motivo narrativo dei bambini terribili – “narra le burle di una coppia di gemellini negri che approfittano della bontà del padre adottivo finché non ne ha abbastanza e li rispedisce dal loro vero padre in Africa, in un villaggio di cannibali, dove vengono effettivamente divorati”. Aggiungo solo che il padre dei negretti è un cuoco che all’inizio della storia, prima di dare i suoi figlioletti in adozione, pensa di sbarazzersene mangiandoli, e che in un’altra storiella contenuta nel libro la stessa sorte tocca a un asinello antropomorfizzato che finisce divorato dal maestro leone, per dare un’idea ancora più precisa della fortissima carica di umorismo nero concentrata sul motivo cannibalico che attraversa il libro.

Ancora Rühle: “Martin Kaiser, collezionista e autore svizzero di libri per bambini, stigmatizza questo libro con le seguenti parole: ‘come molti prodotti Braun: ben disegnato, ma dotato di tutti i cliché monacensi (bambini cattivi, professori rimbecilliti, negri cannibali, ecc…)’”. È però verosimile che tali ingredienti contribuissero in buona parte al divertimento dei piccoli lettori di Daniel und Melanie, o comunque dei meno impressionabili tra di loro – posto in ogni caso che le figure dei neri, così come quelle degli animali, fungevano a quel tempo da appositi “schermi” per evitare un’identificazione troppo forte del bambino (bianco) con le avventure narrate, e per permettergli di accoglierne anche gli elementi più crudi con una risata, in una condizione di parziale distacco emotivo. Resta inteso che al giorno d’oggi nessun editore si sognerebbe mai di pubblicare un libro del genere, sia per l’eccessiva violenza della storia, sia per la rappresentazione “sopra le righe” (per usare un eufemismo) che viene data dell’Africa e dei suoi abitanti.




L’intero libro di Daniel und Melanie è visualizzatile sul sito della Biblioteca di Stato di Berlino. Quanto a Herbert Rikly (vero nome Rikli, 1880-1939?), illustratore svizzero di cui si conosce ben poco, fu autore di altri libri per bambini spesso ispirati (come Daniel und Melanie) all’archetipo buschiano di Max und Moritz (1865), il più famoso dei quali è la relativa rivisitazione in chiave animalesca Knurr und Murr (1917), su una coppia di leoncini dispettosi. Completamente diverso è il caso di Hurra! Ein Kriegs-Bilderbuch (Hurra! Un libro illustrato di guerra, 1915), singolare libro di propaganda per bambini che oggi può servire allo storico come documento per indagare anche attraverso la lente della pedagogia lo spirito e l’immaginario bellico dell’epoca. 


[Grazie a Gaia Gambini per l’aiuto con le traduzioni dal tedesco.]