21 novembre 2014

«Der Struwwelpeter» di Heinrich Hoffmann


Heinrich Hoffmann, medico tedesco nato nel 1809, divenne scrittore per bambini in vista di un’occasione particolare: volendo regalare un libro al figlio di tre anni per il Natale del 1844, data la carenza di prodotti specificamente destinati all’infanzia, si risolse a scriverne uno lui stesso. L’esperienza maturata nell’istituto psichiatrico di Francoforte, dove ai bambini problematici era solito raccontare storielle edificanti, confluì nella stesura di un libretto vergato a mano, con filastrocche in versi e disegni dipinti ad acquerello.

L’anno seguente il libretto capitò tra le mani di un libraio, ospite a casa Hoffmann, che convinse l’autore a pubblicarlo: la prima edizione recava come titolo Lustige Geschichten und drollige Bilder für Kinder von 3–6 Jahren (Storie e immagini divertenti per bambini di età compresa tra i 3 e i 6 anni), mentre il nome dell’autore non veniva menzionato. Con le successive ristampe, forte del successo di pubblico, l’autore cessò di firmarsi con uno pseudonimo ed uscì allo scoperto, mentre il libro assunse la sua struttura definitiva, scandita dalla successione di dieci storielle indipendenti, e fu rinominato Der Struwwelpeter (in italiano Pierino Porcospino) come il protagonista della storia più apprezzata dai lettori. Per l’edizione del 1858, infine, Hoffmann perfezionò stilisticamente le illustrazioni, che nella prima versione risultavano piuttosto grezze.

La particolarità del libro deriva dal modo in cui due esigenze contrapposte (l’educazione del bambino e il suo divertimento) si conciliano attraverso una rappresentazione che mescola l’istanza didascalica coi registri del comico, dell’assurdo e del grottesco. Il libro si rivolge alla figura ideale di un “bravo” bambino, e in una sorta di specchio rovesciato gli presenta le disavventure di una serie di bambini “cattivi”, ognuno dei quali segnato da uno specifico vizio o difetto di carattere. Il messaggio educativo, in questo modo, si fonda sul principio della dissuasione: il “bravo” bambino viene informato della brutta – e ridicola – fine che farà se non si comporta come si deve, e di conseguenza si impegna a non essere “cattivo” (o, in altre parole, rinuncia ad esserlo). Perché il libro risulti accattivante per il suo lettore, tuttavia, questo messaggio è veicolato da una narrazione che unisce versi divertenti, sul modello della filastrocca, ad immagini stilizzate e fortemente irrealistiche. I disegni, circondati da ampie cornici decorative che accentuano l’effetto finzione, raffigurano personaggi che si muovono come burattini ed agiscono sulla base di una sola fissazione caratteriale, ed inoltre mettono in scena un gran numero di situazioni esagerate ed assurde: animali parlanti, figure grottesche, enormi e sproporzionate, capovolgimenti di trama inverosimili… L’elenco dei temi trattati non esclude nemmeno scene di morte e mutilazione, tali però da non contraddire la fondamentale comicità delle storie: proprio il ricorso ad una rappresentazione stilizzata ed irrealistica, anzi, trasforma la violenza subita dai bambini “cattivi” in uno spettacolo divertente per il “bravo” bambino.


Il protagonista della prima storia, Pierino Porcospino, è un bambino riluttante alla cura di sé, che si ritrova per questo motivo con unghie smisurate e capelli simili ad una foresta “densa, sporca, puzzolente”. Come giusta ricompensa per la mancanza di igiene, Pierino ottiene il disprezzo e la repulsione di tutta la gente (“Oh, che schifo quel bambino! È Pierino il Porcospino”).


La storia del cattivo Federico vede protagonista un monello di indole sadica, che si diverte a far prigioniere le mosche e a strappar loro le ali, ad uccidere il proprio canarino, ad inseguire “come un matto” qualsiasi animale, e addirittura a bastonare la propria nutrice! Un giorno, in risposta alle sue percosse, un cane lo addenta al piede e fugge con in bocca il frustino del monello; giunto a casa, Federico non riesce a placare il dolore del morso. Il capovolgimento della situazione è imminente: mentre il monello, a letto, è costretto a sorbire l’amara medicina del dottore, il cane siede a tavola e mangia al suo posto, tenendo con gran cura accanto a sé il frustino rubato.


Nella Tristissima storia degli zolfanelli, una vivace bambina rimasta sola in casa, incurante degli ammonimenti dei genitori, accende per gioco uno zolfanello. I suoi due gattini provano a dissuaderla dicendole che è pericoloso, ma senza successo: la bambina continua a giocare tutta contenta, ride, saltella, finché la fiamma non la investe bruciandola viva. “Un po’ di cenere e due scarpini”, alla fine, è tutto ciò che rimane di lei. Accanto a questi miseri resti, i due gattini piangono disperati la loro padroncina troppo vispa e indocile.


Nella Storia del Moretto, un bambino di colore che passeggia sotto l’ombrello per ripararsi dal sole viene accerchiato da tre monelli – Gigino, con in mano una bandiera, Gaspare, con un cerchio, e Guglielmo, con una ciambella – che si divertono a prenderlo in giro gridando che è un mostro “tinto col carbone o con l’inchiostro”. Compare allora il “grande Nikolas”, versione secolarizzata di san Nicola (san Nicolò), incaricato secondo le varie tradizioni folkloriche di premiare i bambini buoni e di punire quelli cattivi. In questa storia l’enorme figura non è buona e dispensatrice di doni ed ha dismesso i suoi abiti da vescovo per indossare quelli di un maestro severo e minaccioso: rimprovera i monelli, e quando vede che essi persistono a deridere il malcapitato li acchiappa e li getta in un enorme calamaio ricolmo d’inchiostro, facendoli diventare ancora più neri del moretto.

S. Nicola e i tre chierici (1407)
L’illustrazione dei tre bambini gettati nel calamaio ricorda l’iconografia dei Tre chierici, un miracolo attribuito a san Nicola secondo il quale egli avrebbe resuscitato tre studenti assassinati. I tre chierici della leggenda, che nel corso dei secoli diventano bambini, sono raffigurati fin dalle miniature del XIV e XV secolo in una tinozza (o più di rado in tre tinozze distinte); nel libro di Hoffmann la tinozza diviene un grande calamaio, e la caduta dei bambini è forse concepita come un ribaltamento parodico della resurrezione. In questo caso i bambini rinascono in senso figurato per via del nuovo colore della loro pelle, e non in virtù di un dono o di un miracolo, bensì a seguito di una punizione. Anche la penna d’oca del grande Nikolas nasce forse come trasformazione parodica del suo bastone vescovile. La figura di Nikolas è inoltre interpretabile come una variazione sul motivo del Sack man, un uomo che porta con sé un sacco (qui un calamaio) dove getta i bambini per punirli e/o rapirli. Altrettanto suggestiva è l’analogia che sembra legare la figura del moretto (e, alla fine, dei quattro moretti) ad alcune tradizioni diffuse in vari paesi a nord delle Alpi, secondo le quali san Nicola sarebbe accompagnato nelle sue visite ai bambini da uno o più servitori di colore. Nei Paesi Bassi, dove questo motivo ha conosciuto un’ampia diffusione, il servo di colore è noto col nome di Zwarte Piet (espressione che in età medievale indicava il diavolo). Il primo libro illustrato a darne testimonianza è St. Nikolaas en zijn knecht di Jan Schenkman (1850), pubblicato in Olanda cinque anni dopo la prima edizione tedesca del libro di Hoffmann e due anni dopo quella olandese ad opera di W. P. Razoux.


Tratto dal folklore popolare è anche il motivo della successiva Storia del fiero cacciatore, tipico dell’immaginario legato all’utopia del mondo alla rovescia: un vero e proprio capovolgimento di ruoli tra predatore e preda, con un cacciatore che finisce per essere cacciato da una lepre. Approfittando di un sonnellino del cacciatore, la lepre gli sottrae il fucile e comincia ad inseguirlo e a sparare. Il cacciatore fugge, e per salvarsi la vita si tuffa in un pozzo nel giardino di casa sua. L’ultima scenetta vede la moglie del cacciatore intenta a bere un caffè alla finestra, davanti al giardino: quando uno sparo della lepre colpisce il piattino, il leprottino figlio, appostato sotto la finestra, coglie l’occasione per bere il caffè sgocciolato con tanto di cucchiaino.


Se la quinta storia (l’unica dove non compaiono bambini) si chiude con una nota di comicità, la sesta – La storia del bambino che si succhia i pollici – ripropone l’ennesima figura di bambino male educato e ne descrive l’impressionante punizione con una compiacenza che sfiora il sadismo. Per dissuadere il figlio Corrado dalla cattiva abitudine di succhiarsi i pollici, la madre gli dice che se non perderà il vizio, quando meno se lo aspetta un sarto entrerà nella stanza e gli taglierà il dito “col forbicione, come se panno fosse o cartone”. Incurante del pericolo, e stimando forse la storia dello spauracchio nient’altro che una favola, non appena la madre mette piede fuori dalla stanza Corrado torna a succhiarsi il pollice. S’apre all’improvviso la porta: il temibile sarto fa irruzione nella stanza, armato di un enorme paio di forbici, e con queste recide non uno ma entrambi i pollici di Corrado.

Il disegno nella prima edizione (1845)
La relativa illustrazione, probabilmente la più icastica e memorabile del libro, immortala la scena nell’attimo precedente al taglio: il sarto è colto di profilo nel suo slancio in avanti, con un sorriso beffardo sul volto, i capelli mossi all’indietro e il cappello a cilindro in aria alle spalle; il bambino, impietrito in una posa da balletto, urla disperato. L’efficacia del disegno è data dal contrasto tra due opposti movimenti: quello ascendente di Corrado, che solleva il braccio libero con gesto vano, e quello discendente del taglio. All’incrocio tra le due diagonali – quella delineata dalle braccia del bambino, e quella formata dalle braccia del sarto e dalle enormi forbici – si consuma l’atto decisivo, che sul piano simbolico (e per l’inconscio del piccolo lettore) si direbbe equivalente ad una castrazione.


Non meno terribile è la successiva Storia della minestra di Gasparino: un bambino “assai florido e grassoccio” si ostina un bel giorno, di punto in bianco, a non voler più mangiare la minestra. Il digiuno prosegue per diversi giorni, causando al fisico del monello una progressiva evoluzione che la storia scandisce impietosamente: se l’indomani Gasparino appare già dimagrito a vista d’occhio, nei giorni seguenti si trasforma per gradi in una sottile sagoma, fino a scomparire in modo definitivo. L’ultima vignetta – un capolavoro di ironia macabra – raffigura la tomba del bambino, dove davanti alla croce è posto un piatto di minestra!


Anche la storiella successiva, La storia di Filippo che si dondola, si svolge in un ambiente domestico, dove però è maggiore la presenza delle figure familiari, fino ad ora assenti o relegate nell’ombra. I due genitori di Filippo, durante un pranzo, gli rimproverano un comportamento troppo vivace (secondo alcuni studiosi una vera e propria sindrome di iperattività ante litteram): il bambino scalpita, grida, pesta i piedi e si ciondola sulla sedia tirando verso di sé la tovaglia. Nonostante le minacce paterne di punizione, Filippo continua a dondolarsi sulla sedia e a tirare la tovaglia finché non cade all’indietro, trascinando con sé piatti, bottiglie e tutto quanto era sulla tavola. Compiuto il disastro, Filippo piange sotto la tovaglia, sommerso dal cumulo di cibi sprecati che faranno – si dice – la gioia dei gatti. I genitori, costretti al digiuno, si guardano l’un l’altro senza dire niente. Il seguito della storia è taciuto, ma espresso in modo ironico da un dettaglio dell’illustrazione: gli ornamenti sotto ai disegni, che nelle prime due scene raffiguravano cibo in abbondanza, si trasformano alla fine nei classici fasci di rametti utilizzati all’epoca per impartire punizioni corporali.


Un altro bambino, nella Storia di Giannino Guard’in aria, ha la cattiva abitudine di non guardare per terra mentre cammina, distratto da nuvole, uccelli e tutto ciò che scorge nel cielo. Durante una passeggiata Giannino si scontra con un cane e cade rovinosamente per terra; mentre sta andando a scuola, poi, intento a seguire il volo di una rondine non si accorge di essere sul ciglio di un fossato e con un tonfo precipita nell’acqua. Alcuni barcaioli provvedono a ripescare Giannino, tremante dal freddo e in lacrime per aver perduto la cartella di scuola. Come se ciò non bastasse, alla fine della storia il bambino è deriso da tre pesciolini che hanno assistito alla scena!

Infine, nella Storia di Roberto che vola un bambino testardo decide di uscire di casa nonostante una tempesta, per sfidare l’acqua e il vento con “stupido ardimento”. L’uragano infuria, strappa fiori e piante, e infine solleva in aria Roberto assieme al suo ombrello: il bambino viene trascinato nel cielo tanto lontano da non poter essere più ritrovato.



In Italia

La prima e fortunatissima traduzione italiana del libro, ad opera di Gaetano Negri, venne pubblicata da Hoepli nel 1882 sotto il titolo Pierino Porcospino, e da allora è stata più volte ristampata. Un’altra edizione italiana degna di nota è Il porcospino ragionato (Longanesi, 1986), volume curato da Sergio Stocchi che oltre all’opera di Hoffmann (tradotta dallo stesso Stocchi), accompagnata da un commento, presenta una seconda storia illustrata di Karl Ludwig Thienemann concepita come un seguito dello Struwwelpeter: Pentimento e conversione di Pierino Porcospino (Struwwelpeter’s Reue und Bekehrung, 1851).