29 giugno 2016

Osamu Tezuka e Takarazuka. Una visita virtuale al museo


Il 25 aprile 1994, a cinque anni dalla morte di Osamu Tezuka (1928-1989), la città di Takarazuka, nella prefettura di Hyōgo, inaugurò un museo dedicato alla sua memoria, il cosiddetto Osamu Tezuka Memorial Hall. Venti anni dopo, nell’aprile del 2014, un’iniziativa del Google Cultural Institute ha aperto un accesso virtuale sul museo, permettendo a chiunque di esplorare in tutta comodità le sue sale dallo schermo di un computer e mettendo inoltre a disposizione un centinaio di documenti relativi alla figura di Tezuka e alla sua vastissima opera.


Osamu Tezuka e Takarazuka

“Takarazuka è una città di ricordi nonché il punto di partenza del mio lavoro, il luogo dove la mia filosofia di vita ha preso forma,” disse Tezuka, e ancora: “Un senso di nostalgia per Takarazuka pervade e ispira tutte le mie opere”. Il legame dell’autore con la città non ebbe in effetti un rilievo solo biografico – qui visse per quasi vent’anni, a partire dalla prima infanzia –, ma anche artistico e sentimentale.

Nel 1933, quando a quasi cinque anni di età il piccolo Osamu vi si trasferì con la famiglia, Takarazuka era una città sviluppatasi da poco come centro termale in un distretto di campagna, ma che nei due decenni precedenti aveva conosciuto un notevole processo di ingrandimento e modernizzazione. Circondata da montagne e campi di grano e attraversata dal fiume Muko, la città – distante una ventina di chilometri di Osaka, e già nel 1897 servita da una linea ferroviaria – sommava al fascino di una natura secolare l’attrattiva moderna di luoghi votati alla cultura e al divertimento mondano: uno zoo, un teatro femminile, un giardino botanico, un museo della scienza, un insettario, un campo da golf, un luna park.

Osamu Tezuka sulle ginocchia di Amatsu Otome, star della Takarazuka Revue.

Negli anni dell’infanzia, a contatto con la grande varietà di stimoli offerti da Takarazuka e favorito da genitori disposti a incoraggiare i suoi interessi, Osamu cominciò a affinare la propria sensibilità artistica e ad appassionarsi di scienza ed entomologia, oltre a comporre i suoi primi disegni ispirati a manga per bambini come Norakuro di Suiho Tagawa (1931) e Tanku Tankuro di Gajō Sakamoto (1934)L’influenza maggiore trasmessagli dalla città, in ogni caso, risale alla precoce frequentazione del mondo dello spettacolo che gravitava attorno alla celebre Takarazuka Revue, compagnia teatrale composta da sole donne che metteva in scena elaborate opere musicali spesso tratte da capolavori occidentali. I canti, le danze, le elaborate scenografie, i costumi e le avvincenti storie rappresentate dovettero suscitare una fortissima suggestione per il piccolo Osamu, se a distanza di molti anni l’autore sottolineò in più occasioni il debito della sua opera – e in particolare della sua produzione di shōjo manga, come La principessa Zaffiro (1953-56) – nei confronti di quell’ambiente. Diversi studiosi hanno ricollegato a questo tipo di influssi il piacere del giovane Tezuka per la “messa in scena” di storie e per un’attenta rappresentazione scenografica degli ambienti, oltre alla maturazione di una sensibilità popolare accordata soprattutto al gusto di un pubblico di donne e bambini. Altri elementi dell’opera di Tezuka analizzabili in questa prospettiva sono poi il suo sistema di “attori” ricorrenti (paragonabile allo star system hollywoodiano), l’accentuata stilizzazione dei volti, la loro espressività e il rilievo degli occhi nella fisionomia dei suoi personaggi, il mito di un’asessualità androgina (riscontrabile in modo più o meno esplicito in diversi suoi lavori) e il tema del doppio e della maschera.

La nostalgia di Takarazuka – un sentimento espresso in numerose occasioni, e in altrettante riferito alla genesi di alcuni suoi lavori – riguarda anche un periodo di vita che per Tezuka precedette l’incubo della guerra, sperimentata a partire dal 1942 e poi ancora più intensamente nel 1945 durante il periodo dei bombardamenti aerei su Osaka, dove Osamu frequentò la scuola secondaria. Nel corso degli anni Tezuka avrebbe rievocato più volte l’immagine di raid aerei e di città in fiamme, col proposito di condividere coi lettori l’intensità di un’esperienza emotiva indelebile e quanto mai incisiva sulla sua formazione (al punto da far coincidere con la fine della guerra l’inizio della propria carriera di mangaka). Quanto a Takarazuka, nel ricordo dell’autore anziano, essa era a quel tempo una città bruciata, ma dove ancora, nonostante il crollo di un’intera nazione, “i fiumi e le montagne erano rimasti gli stessi di sempre”. 

Da parte sua, nel 1994, il teatro di Takarazuka ha reso omaggio al genio di Tezuka con la messa in scena di due spettacoli tratti da Black Jack e La Fenice, due tra i suoi manga più popolari. A poca distanza dal teatro, sempre nel 1994, venne inaugurato l’Osamu Tezuka Memorial Hall.

Una vista del museo dall’esterno, con in primo piano la statua de La Fenice.


Il museo

In un’occasione, parlando di Takarazuka, Tezuka la definì una città fondamentalmente artificiale e kitsch, ma dove ogni cosa recava in sé un respiro internazionale e fantastico. “Negli anni precedenti e successivi alla guerra, quando non avevamo alcuna possibilità di andare all’estero, Takarazuka ci mostrava qualcosa delle atmosfere di Londra, Parigi o New York. E non importa quanto fugace abbia potuto essere quella soddisfazione, perché era colma di incanto. Era il tempo dell’adolescenza […], così simile a un sogno. Takarazuka aveva davvero tutto questo. Una città a misura d’uomo, stupenda nel suo piccolo, un mondo da sogno […].” Non a caso, considerando il gusto estetico di Tezuka, la frase rievoca alla mente i grandi progetti di parchi a tema e città ideali concepiti da Walt Disney (da Disneyland a EPCOT), ma soprattutto – nell’illustrare l’esempio di un monumento eretto in piena fedeltà allo spirito del suo dedicatario – potrebbe essere applicata allo stesso museo con cui Takarazuka ha voluto omaggiare il suo più audace sognatore.

Per molti versi, a partire dal suo aspetto esteriore, l’Osamu Tezuka Memorial Hall si presenta come un luogo tipico della contemporaneità, una sorta di tempio dove la cultura della merce e del consumo, sottratta al divenire degli anni, riposa in una confortante atmosfera di letizia attraverso le immagini dei piccoli e grandi eroi cui la matita di Tezuka ha dato forma. I campioni più popolari di questo pantheon giapponese hanno accompagnato intere generazioni di bambini e adulti, a partire dal secondo dopoguerra, sulle pagine delle principali riviste a fumetti e sugli schermi della televisione, e anche in anni più recenti sono talvolta divenuti protagonisti di fenomeni culturali caratterizzati da una particolare commistione di realtà e dimensione immaginifica (così, il 21 aprile 2003, la celebrazione pubblica della nascita di Astro Boy in una Tokyo animata da parate, fuochi d’artificio, conferenze e quant’altro). Qui, una serie di quadretti dei loro volti si susseguono sulla fiancata del museo (un edificio sviluppato su tre piani) e sulle coppie di pilastri in pietra che dalla grande statua de La Fenice, intervallate da siepi, conducono per un vialetto all’ingresso principale della strutturaAlcune piastrelle, collocate lungo l’intero percorso del vialetto, ne conservano poi le impronte delle mani e dei piedi, in una vera e propria walk of fame in miniatura.

La walk of fame dei personaggi di Osamu Tezuka. [https://goo.gl/maps/wMkEFstQCs52]

Il vialetto che conduce al museo. [https://goo.gl/maps/mkAq8CjirsG2]

L’ingresso principale del museo, costituito da una porta a vetri scorrevole preceduta da due colonne in pietra, si trova alla base di una torre dalle pareti ricoperte di lamiere in titanio. La torre, le colonne e la porta d’ingresso, come molti altri elementi del museo, sono caratterizzati da una forma circolare; allo stesso modo, nei manga di Tezuka, non solo la fisionomia dei personaggi, ma anche le composizioni architettoniche e urbanistiche privilegiano forme curve e tondeggianti. In cima alla torre l’elemento circolare è ulteriormente ribadito da una cupola di vetro trasparente, rappresentazione simbolica del pianeta Terra così come lo immaginava Osamu in uno scritto che risale alla sua infanzia (La nostra Terra di vetro). 

L’estetica futuristica della torre, così distante da quella della fiancata in mattoni a vista, è il primo segnale di un’architettura eclettica e composita, dove le varie suggestioni provenienti dall’opera di Tezuka e dal suo immaginario si fondono con estrema naturalezza. Gli spazi interni del museo non fanno eccezione in questo senso: varcata la porta a vetri scorrevole, il visitatore è accolto in una grande sala dalle tinte calde modellata sulle forme del castello fiabesco de La principessa Zaffiro, mentre la sala successiva, un ambiente dominato dal grigio del metallo e da una serie di capsule in vetro simili a quelle di un laboratorio di ricerca, segue uno stile decisamente più freddo, moderno e tecnologico.

La prima sala del museo. [https://goo.gl/maps/yg8hc8PMNnE2]

Merchandising d’epoca. [https://goo.gl/maps/EpxszoHoWhJ2]

Un gusto barocco per l’eccesso si riflette in ogni particolare della prima sala, composta da due ambienti pressapoco omogenei in mezzo ai quali una piccola scrivania è adibita a biglietteria: dagli ennesimi quadretti sul pavimento, dedicati ad alcuni popolari personaggi di Tezuka, alle statue di Astro Boy e Zeffiro, passando per le elaborate decorazioni a tinte pastello che corrono lungo tutte le pareti. Le suggestioni visive sono innumerevoli e spesso sorprendenti: sul soffitto dell’atrio, un bizzarro trionfo di putti circondati da un’orchestra di insetti e da animaletti, per una scenetta che ha tutta l’aria di uscire dalle più surreali delle Silly Symphonies disneyane; sul pavimento del secondo ambiente, un grande autoritratto di Osamu Tezuka trasformato per l’occasione in un mosaico; in cima a una colonna, una statuetta del piccolo Tink (da La principessa Zaffiro) a ricalcare la posa di un cherubino in una chiesa barocca; sul soffitto, di nuovo, una splendida vetrata dove campeggiano i volti degli eroi di Tezuka raccolti attorno ad Astro Boy.

In fondo alla prima sala, vicino a una vetrina che espone decine di pupazzi, modellini e altro merchandising d’epoca, un’installazione interattiva con video (la cosiddetta Phoenix messenger capsule) introduce il visitatore all’estetica futuristica del successivo ambiente. I trecento e più articoli che compongono l’esposizione permanente, qui custoditi in metaforiche “capsule del tempo”, danno conto di due distinti percorsi tematici. Nel primo percorso, il rapporto tra Tezuka e la città di Takarazuka fornisce l’occasione per indagare non solo le tappe biografiche di un apprendistato artistico e umano, ma anche la genesi di una serie di interessi e motivi che avrebbero caratterizzato l’intera attività dell’autore – dallo studio degli insetti alla laurea in medicina, dalla passione per il teatro a quella per la lettura e il cinema di animazione. Di particolare interesse è la sezione dedicata alle opere che hanno alimentato nel giovanissimo Tezuka la voglia di creare fumetti e disegni animati, dove a risaltare è la compresenza di influenze orientali e occidentali: dai manga Norakuro di Suiho Tagawa (1931) e Fuku-Chan di Ryuichi Yokoyama (1936) alla serie americana Bringing up Father di George McManus (1913), pubblicata sulla rivista giapponese Asahi Graph, per quanto riguarda i fumetti; dai cortometraggi di Mickey Mouse e Felix the Cat al piccolo capolavoro giapponese Momotarō: Umi no Shinpei di Mitsuyo Seo (Momotaro: i divini guerrieri del mare, 1945), per quando invece riguarda il cinema di animazione. Il secondo percorso tematico, incentrato sull’attività artistica di Tezuka lungo l’intero arco della sua carriera, espone un gran numero di materiali originali accompagnati da una dettagliata cronologia delle sue opere e da un’ulteriore installazione video.

L’esposizione permanente, in una serie di “capsule del tempo”. [https://goo.gl/maps/qTktJ8z65fK2]

La sala delle proiezioni. [https://goo.gl/maps/jDK1dWJ11TD2]

Più in là, oltre ad un corridoio dalle pareti riccamente illustrate con soggetti tratti da Kimba, il leone bianco, è collocato uno degli ambienti più caratteristici del museo, vale a dire la sala di proiezioni Atom Vision: dotato di una cinquantina di poltroncine e di uno spettacolare soffitto che ricrea una galassia di figure tratte dall’opera di Tezuka, questo cinema in miniatura propone a scadenza regolare alcuni classici della filmografia tezukiana – ma anche cartoni animati commemorativi realizzati specificamente per il museo – con l’intento di trasmetterne la bellezza e i valori anche alle nuove generazioni.

Una rampa di scale, affiancata da pannelli che riassumono la storia del fumetto giapponese, conduce dal salone principale del museo al piano inferiore, situato all’altezza del suolo in corrispondenza di un ingresso secondario che si affaccia su un porticato dal soffitto affrescato. Anche qui, in un ambiente che sembra la ricostruzione di una centrale nucleare o di un laboratorio ipertecnologico, le attrazioni spaziano dalle più canoniche statue (Astro Boy e Black Jack) ad alcune installazioni interattive (come la mappa di Takarazuka). La sala più interessante è in ogni caso quella dedicata al cinema di animazione, con una serie di computer adibiti a workshop per permettere ai bambini di sperimentare i rudimenti di questa tecnica, pannelli informativi sulla sua storia e sugli anime di Tezuka, e infine, a dominare la scena, una statua dell’autore seduto alla sua scrivania.

Resta da esplorare a questo punto il piano più elevato del museo, raggiungibile per mezzo di un ascensore trasparente situato al centro della struttura. Qui, un grande ambiente aperto comprende una serie di postazioni interattive con schermi dove consultare informazioni o visionare video, una dozzina di vetrine che espongono la vastissima collezione di libri di Tezuka, banconi di gadget, fumetti, t-shirt e altri articoli da acquistare, un simpatico Jungle Café immerso in una giunga artificiale con affreschi, statue e decorazioni a tema, e accanto una biblioteca con poltroncine dove sfogliare i manga di Tezuka, comprese alcune copie di edizioni straniere. Chiudono il percorso una stanza riservata ai più piccoli e le sale adibite all’allestimento di mostre temporanee.

Il workshop dedicato al cinema di animazione, al piano inferiore. [https://goo.gl/maps/76gz11KJ6Hv]

La grande sala al piano superiore. [https://goo.gl/maps/7Z2eeGMbsdA2]

Ora, se si volesse tracciare un bilancio del museo, non sarebbe forse esagerato descriverlo come un perfetto microcosmo in grado di racchiudere in uno spazio relativamente ristretto l’immensa eredità materiale e spirituale di Osamu Tezuka, riuscendo al tempo stesso a coniugare esigenze che in prima battuta parrebbero inconciliabili. La memoria biografica e culturale dell’autore, unita alla documentazione sul contesto in cui si trovò ad operare e alla storia dei generi artistici del manga e del cinema di animazione, è ad un tempo trasmessa – nelle sale espositive, così come nel piccolo cinema, nel laboratorio, nella biblioteca e nel café – come occasione di studio, attrazione, svago, apprendimento e riflessione. Il museo, certo, non è esente da difetti: diverse persone su TripAdvisor lamentano la quasi totale assenza di traduzioni in lingua inglese, e per alcuni visitatori la sua estetica da parco a tema e luogo di consumo potrebbe apparire un poco stucchevole. Critiche di questo genere, benché legittime, trascurano di considerare l’aspetto del museo in rapporto al progetto che ha ispirato la struttura, rivolto in primo luogo a divulgare il ricordo di un grande maestro della cultura popolare con un occhio di riguardo per le giovani generazioni.

In una breve storia a fumetti autobiografica pubblicata da Tezuka nel 1970, una tavola mostra l’autore danzare e fischiettare assieme ad alcuni dei suoi più cari personaggi. Un sogno di questo genere – dove la fantasia diviene realtà, e l’intera realtà assume contorni da favola – somiglia molto all’esperienza che il museo promette ai suoi visitatori più piccoli, ma forse non esclusivamente a loro. Allegri e sorridenti, indossano la divisa scolastica e in gruppo salutano il passaggio della Google Car: dall’occhio nascosto e impersonale cui si rivolgono il dio del manga sembra riflettere ancora il suo affettuoso sorriso.