
«Dove una autorità centralizzata si assume il compito di fare piani per una intera società, si è spinti dalla sbalorditiva complessità del dato, a seguire l’esempio dello sperimentatore scientifico, che arbitrariamente semplifica il suo problema per renderlo maneggevole. Questa è una procedura sana e del tutto giustificabile in laboratorio. Ma, applicato ai problemi della società umana, il processo di semplificazione è inevitabilmente un processo di costrizione e di irreggimentamento, di limitazione della libertà e di negazione dei diritti individuali.»
«Questa riduzione della diversità umana a una militare e quasi meccanica identità, viene compiuta con la propaganda, con decreti di legge, e, se necessario, con la forza bruta, con imprigionamento, esilio o liquidazione di quelle persone, o di quelle classi, che persistono nel loro perverso desiderio di rimanere se stessi e si ostinano nel loro rifiuto a conformarsi al tipo che i capi politici ed economici ritengono per il momento il più conveniente da imporre. Filosoficamente si ritiene che questo incatenare senza tener conto delle individuali idiosincrasie sia accettabile, perché analogo a ciò che gli scienziati fanno quando arbitrariamente semplificano una realtà troppo complessa, in modo da rendere la natura comprensibile nei termini di poche leggi generali. Una società perfettamente organizzata e irreggimentata, i cui membri mostrino il minimo possibile di caratteristiche personali, e il cui collettivo comportamento sia governato da un unico piano direttivo imposto dall’alto, è considerata, dagli autori di questo piano e persino (tale è il potere della propaganda) da coloro che lo subiscono, più “scientifica” e perciò migliore di una società di individui indipendenti, liberamente cooperanti e autonomi.
In questa semplificazione della realtà, senza la quale (…) il pensiero e l’azione scientifica sarebbero impossibili, il primo passo è un processo di astrazione. Messi di fronte ai dati dell’esperienza, gli uomini di scienza cominciano col non tener conto di tutti quegli aspetti dei fatti che non si prestano alla misurazione e alla spiegazione in termini di cause antecedenti, ma piuttosto in termini di fine, intenzione, valori. Pragmaticamente essi sono giustificati nell’agire in questo modo strano ed estremamente arbitrario; infatti col concentrarsi esclusivamente sugli aspetti misurabili degli elementi dell’esperienza, tali da essere spiegati in termini di un sistema causale, essi hanno potuto raggiungere un controllo grande, e sempre in continuo aumento, sulle energie della natura.
Ma dominare non è lo stesso che comprendere, e, quale rappresentazione della realtà, la rappresentazione scientifica scientifica del mondo è inadeguata, per la semplice ragione che la scienza non pretende neppure di trattare l’esperienza nella sua totalità, ma solo alcuni aspetti di essa in certe connessioni. Tutto ciò è ben chiaramente compreso dagli uomini di scienza in possesso di maggiori attitudini filosofiche. Ma, sfortunatamente, ad alcuni scienziati, a molti tecnici e alla massima parte di coloro che fanno uso di strumenti, hanno fatto difetto il tempo e l’inclinazione per esaminare le tesi filosofiche e i presupposti delle scienze. Di conseguenza essi tendono ad accettare la visione del mondo implicita nelle teorie della scienza come una completa ed esauriente descrizione della realtà; tendono a considerare quegli aspetti dell’esperienza che gli scienziati non tengono in conto perché incompetenti a trattarli, come in qualche modo meno reali di quegli aspetti che la scienza arbitrariamente ha scelto per astrarre dalla totalità infinitamente ricca del dato.
Il prestigio della scienza come sorgente di potere e il generale abbandono della filosofia hanno fatto sì che, elemento largamente costituente della Weltanschauung popolare dei nostri tempi, sia ciò che possiamo chiamare il pensare “niente altro che”. Gli esseri umani, si ammette più o meno tacitamente, non sono nient’altro che corpi, animali, persino macchine, i soli elementi della realtà realmente reali sono la materia e l’energia nei loro aspetti misurabili; i valori non sono niente altro che illusioni che si sono in qualche modo mescolate alle nostre esperienze del mondo; i fatti mentali non sono nient’altro che epifenomeni, prodotti dalla fisiologia e da essa completamente dipendenti; la spiritualità non è niente altro che desiderio preso per realtà e sessualità sviata, e così via. Le conseguenze politiche di questa filosofia del “niente altro che” sono chiaramente evidenti in quella diffusa indifferenza per i valori della personalità umana e della vita umana, che è un tratto così caratteristico del nostro tempo. (…)
Il nostro guaio fondamentale è che, a dispetto di tutto quanto è accaduto, ognuno pensa di avere ragione. Nel passato, i despoti commettevano i crimini che i despoti sempre commettono – ma li commettevano con una coscienza che era alcune volte chiaramente inquieta. Essi erano stati allevati come cristiani, induisti, maomettani o buddhisti e, nel fondo del loro essere, sapevano di agire malamente perché ciò che stavano facendo era contrario agli insegnamenti della loro religione. Oggi il capo politico è stato allevato nel nostro ambiente più illuminato e scientifico. Di conseguenza egli può perpetrare le sue violenze con una coscienza perfettamente libera, convinto di agire per il più alto bene dell’umanità – infatti non sta egli accelerando la venuta del glorioso futuro promesso dal Progresso? (…)
La più importante lezione della Storia, è stato detto, è che nessuno impara mai le lezioni della Storia. Le enormi catastrofi dei recenti anni hanno lasciato dei sopravvissuti, che pensano in modo molto simile a come pensavano prima. Orda di barbari, noi ritorniamo a ciò che chiamiamo pace, senza aver nulla imparato e nulla dimenticato – nulla dimenticato, salvo, naturalmente, le cause della guerra, cause che (qualunque siano le nostre intenzioni e i nostri formulati ideali) facciamo tutto quanto è in nostro potere per perpetuare.»
Aldous Huxley, Scienza, libertà e pace [Science, Liberty and Peace, 1946], Medusa 2022, pp. 49-54.
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Questo post fa parte di una serie di brani selezionati e proposti senza alcun commento, ma con un invito implicito a un dialogo con la nostra contemporaneità. Di seguito gli altri brani pubblicati finora:
10 - Imparare a sognare (Mia Couto)
9 - La cecità della macchina (e della bomba) (Joseph Weizenbaum e Günther Anders)
8 - La custodia della novità (Hannah Arendt)
7 - I fiori di ciliegio e la guerra (Daisaku Ikeda)
6 - La scuola di un poeta (Rabindranath Tagore)
5 - Lettera agli insegnanti italiani (James Hillman)
4 - Il profeta, il maestro e il giardiniere (Antoine de Saint-Exupéry)
3 - Lingua e letteratura del totalitarismo (George Orwell)
2 - Bambini e topi (Italo Calvino)
1 - Pace e riconciliazione (Thich Nhat Hanh e Taisen Deshimaru)