Il ministero ci invita a dotarci di strumenti per regolamentare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA) a scuola. Cogliamo l’occasione per esprimere un pensiero condiviso, che riflette i valori della nostra comunità scolastica.
Non ci riconosciamo nelle opinioni di chi ritiene auspicabile o inevitabile l’introduzione dell’IA in ogni ambito della nostra vita, né pensiamo che l’IA sia da rifiutare in sé e per sé. Al contrario, crediamo sia opportuno valutare con attenzione e prudenza le modalità, le circostanze e gli effetti del suo utilizzo, e prima ancora ragionare su cosa sia concretamente questa tecnologia.
Quando parliamo di “intelligenza artificiale” ci riferiamo a diversi programmi che possono svolgere operazioni informatiche di vario genere, grazie alle richieste dell’utente (prompt) e alla disponibilità di dati da cui attingere. Questi programmi non sono soggetti senzienti, come a volte li presenta il marketing, né strumenti neutrali, perché il loro funzionamento dipende dal modo in cui sono stati sviluppati, e soprattutto non dispongono di alcuna capacità di comprensione e di esperienza, ma solo di enormi potenzialità di elaborazione.
Programmi di IA sono in grado di produrre in pochi secondi materiali di qualsiasi tipo: testi, grafici, immagini, video, ecc. Sono strumenti efficienti e di immediata fruibilità, ma richiedono una costante supervisione umana, dato l’alto tasso di errori e imprecisioni. Il loro utilizzo in contesti formativi, inoltre, impone cautele ancora maggiori, perché può interferire coi processi di apprendimento e con lo sviluppo di capacità comunicative e sociali.
Nonostante l’apparente immediatezza di questi programmi, un uso consapevole dell’IA necessita di competenze cognitive che bambini e ragazzi della scuola dell’obbligo non hanno ancora consolidato: lettura profonda, riflessione critica, verifica delle fonti, e anzitutto la maturità e l’autonomia di pensiero che consente di chiedersi: «Posso farne a meno?».
Queste competenze cognitive si sviluppano in modo armonico in ambienti analogici, dove l’apprendimento è reso significativo dal legame con l’esperienza sensoriale e dalla partecipazione a relazioni interpersonali. Laddove tali competenze non si sono ancora consolidate, è alto il rischio di favorire un uso impulsivo e superficiale dei programmi di IA, che invitando lo studente a farvi affidamento potenzialmente per qualsiasi cosa tendono a ridurre il suo senso di autoefficacia, e in certi casi determinano vere e proprie situazioni di dipendenza.
Lo studente che chiede all’IA di scrivere una ricerca, o di fornirgli una lista di idee, sta delegando al programma l’esercizio del proprio pensiero. D’altro canto, il ragazzo che conversa con un chatbot sta investendo in un ambiente virtuale e simulato le emozioni che potrebbe invece condividere dal vivo coi propri compagni. Abitudini di questo genere nuocciono alla crescita di bambini e ragazzi, perché impoveriscono le loro esperienze di apprendimento e interazione sociale. Qualsiasi facoltà cognitiva, immaginativa ed emotiva delegata all’IA, se non viene più esercitata in autonomia, è infatti destinata ad atrofizzarsi.
Riteniamo perciò opportuno che l’alfabetizzazione digitale segua un criterio di gradualità, per evitare che studenti privi della necessaria maturità siano esposti a dispositivi che rischiano di compromettere il loro sviluppo psicosociale. Crediamo inoltre che i programmi di IA debbano essere introdotti a scuola esclusivamente come oggetto di conoscenza, non utilizzati come sussidi didattici per automatizzare processi di apprendimento. Solo un’educazione che metta al centro la conoscenza, la riflessione critica e l’autonomia di pensiero può aiutare gli studenti a comprendere in modo obiettivo le reali potenzialità di questi programmi, senza farsi ingannare dalla loro semplicità d’uso e dal loro potere di attrazione.
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Una conoscenza consapevole dell’IA, preliminare a qualsiasi considerazione circa il suo utilizzo, deve guardare a questa tecnologia non come a un’entità monolitica, e nemmeno come a una semplice funzione digitale, bensì come parte di un più ampio contesto di relazioni che interessano l’uomo e l’ambiente. Solo in questa prospettiva possiamo parlare di un’educazione realmente ecologica al digitale e all’intelligenza artificiale.
Ai margini della nostra città, come in molti paesi del mondo, vediamo innalzarsi colossali data center che inquinano l’aria, alterano il territorio e l’ecosistema e consumano ingenti quantità di acqua ed energia elettrica, spesso in aree agricole già colpite dalla siccità. Siamo abituati a pensare ingenuamente alla tecnologia come a qualcosa di etereo e immateriale, eppure i dati che conserviamo nel cloud richiedono cavi, server, minerali rari, immense discariche e infrastrutture energivore, oltre che manodopera a basso costo, per funzionare secondo i “nostri” bisogni.
Sappiamo inoltre che i dati con cui viene addestrata l’IA derivano da testi di ogni genere, compresi messaggi e documenti privati, opere d’arte ottenute violando diritti d’autore e libri antichi disfatti per poter essere digitalizzati. In assenza di leggi che pongano limiti e sanzioni, dati gli enormi profitti che sono in gioco, questa corsa all’ottimizzazione appare al momento motivata più dall’avidità che da considerazioni di interesse pubblico.
In tempi di crisi e squilibri profondi, modelli di impresa fondati sullo sfruttamento su larga scala sono davvero opzioni sostenibili? E che dire dei legami fra lo sviluppo di queste tecnologie e la progettazione di armi da guerra “intelligenti” e di strumenti di controllo sociale, o le preoccupazioni di non pochi specialisti del settore, secondo cui l’IA costituisce una gigantesca bolla destinata a scoppiare? Siamo disposti a rinunciare ai suoi allettanti potenziamenti, che nei settori dello stato sociale comportano l’ingresso di aziende mosse da interessi privati? Ma soprattutto, siamo in grado di immaginare un futuro diverso da quello ipertecnologico e militarizzato a cui stiamo andando rapidamente incontro?
Negli ultimi anni abbiamo letto di varie sperimentazioni di scuole guidate dall’IA, con docenti-bot artificiali e studenti-utenti vincolati a modalità di interazione virtuali, passive e compulsive. Da un lato ci viene da sorridere, perché ciascuno di noi sa che a scuola le relazioni umane sono quanto di più prezioso e insostituibile ci sia; dall’altro constatiamo con rammarico che investimenti massicci continuano a essere rivolti al tentativo di trasformare processi di apprendimento sociali e interpersonali in procedure automatizzate, dominate da schermi e algoritmi.
Eppure questa realtà mediata è solo lo specchio di una realtà ben più ampia, che merita di essere vissuta nella sua pienezza, specialmente negli anni della crescita, a maggior ragione in un luogo che ogni giorno vede l’incontro di generazioni diverse. Non a caso, in Italia come in altri paesi, di recente, si registrano forti ripensamenti rispetto all’idea di una scuola sempre più digitale, complici le statistiche e le ricerche scientifiche che parlano di un calo generalizzato di competenze e di un ampio spettro di fragilità per studenti esposti fin dalla più tenera età alla compagnia di tablet e smartphone.
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Abbiamo saggiato nel periodo del Covid quanto la didattica a distanza rappresenti un misero surrogato della scuola in presenza, dove corpi, sguardi, emozioni, pensieri, linguaggi, storie e relazioni compongono la trama di una realtà dalle infinite sfumature, irriducibile a qualsiasi tentativo di modellizzazione (che siano test standardizzati, griglie valutative o tutor artificiali). Il nostro compito, ora, è coltivare questa presenza senza darla per scontata, tutelandola anzi come un bene tanto importante quanto delicato. A scuola, presenza non significa soltanto prossimità, ma anche consapevolezza, responsabilità e intenzionalità, ed è una dote che anima sia le nostre relazioni interpersonali, sia il rapporto che instauriamo col sapere e l’esperienza.
L’attenzione rivolta al processo anziché al prodotto, la disponibilità all’ascolto e al dialogo, il riconoscimento dell’errore come condizione naturale di ogni apprendimento, la capacità di formulare domande, accogliere ambiguità e indugiare nel dubbio, senza accontentarsi di risposte immediate, sono alcuni aspetti caratteristici di un rapporto autentico e consapevole. Al contrario, la ricerca di soluzioni pronte all’uso, l’enfasi sulla rapidità e sulla quantità e le retoriche del potenziamento, della perfezione e della simulazione sono indizi di un rapporto meccanico e strumentale.
I programmi di IA sono abilissimi nel produrre un linguaggio senza pensiero, fondato su modelli probabilistici avulsi dalla realtà, che ci espone al rischio di rimodellare in questi termini anche il nostro rapporto col sapere. Ogni testo artificiale che “funziona” o “suona bene” può soltanto offrirci un’illusione di conoscenza, così come ogni app che provi a ridurre l’apprendimento a modalità di gioco interattivo. Immersi in un flusso di informazioni e stimoli che scorrono senza attrito sugli schermi, siamo tentati di evitare le fatiche dell’attesa e della riflessione, e più in generale di svalutare i nostri pensieri e diffidare delle nostre emozioni, incomprensibili al funzionamento di una macchina.
Eppure, soltanto un linguaggio ispirato, nutrito di emozioni e pensieri e radicato nell’esperienza, è in grado di generare significato e motivazione, ed è proprio questa la lezione che vogliamo condividere giorno per giorno coi nostri studenti. Coltivare la presenza, in questo senso, significa imparare a stare nel presente, nella dimensione del “qui e ora”, senza lasciarsi irretire dai richiami della distanza e dell’altrove. Sappiamo che l’IA può aiutarci a velocizzare varie operazioni, ma conosciamo anche il prezzo che a lungo termine comporta esternalizzare le nostre competenze. La situazione di scuole e università in cui gli studenti chiedono all’IA di svolgere al loro posto i compiti, e gli insegnanti le chiedono a loro volta di correggerli, non è purtroppo una caricatura, ma l’ovvia conseguenza di innovazioni sdoganate in modo frettoloso e irresponsabile.
Diffidiamo delle narrazioni che pretendono di modellare il presente sulla base di ipotetici scenari futuri, e non solo perché quasi sempre si rivelano fallaci. Come insegnanti ed educatori, crediamo al contrario di doverci liberare dalle forzature che ci impediscono di coltivare al meglio il nostro presente, perché dai suoi semi possa crescere qualcosa di realmente nuovo. Non sappiamo se un domani l’IA sarà davvero imprescindibile in ogni attività, ma riteniamo sia un errore porre questo tema al centro dei nostri pensieri. Forse ciò che oggi chiamiamo IA diventerà qualcosa di completamente diverso, o forse l’IA farà la fine del metaverso e di altre fantasticherie virtuali. In ogni caso, siamo certi che il modo migliore di affrontare il cammino della vita sia un passo alla volta, fiduciosi nelle proprie capacità e nella presenza del prossimo. Anche nel futuro più tecnologico, l’uomo che saprà adoperare al meglio i suoi strumenti, senza esserne dominato, sarà colui che da bambino ha visto riconosciuta e soddisfatta la sua richiesta primaria: «Aiutami a fare da solo».