
“No Lives Matter” scritto su un manifesto palesemente prodotto da un’intelligenza artificiale. E un tentato omicidio in diretta social che ricalca altri omicidi o progetti di stragi scolastiche recenti (27/8/2025 Minneapolis; 11/2025 Athens, Alabama; 16/12/2025 Mosca; 16/3/2026 Laguna, Philippines sono i primi che escono da una rapida ricerca “no lives matter”+school), in tempi di guerre, genocidi e massacri scolastici compiuti da missili AI, ai quali tutti noi assistiamo in diretta social.
Di cose su cui riflettere in profondità ce ne sarebbero per la nostra società sempre più armata, militarizzata, digitalizzata, individualistica, competitiva, compulsiva, dipendente, incattivita, esausta, frammentata, polarizzata, distratta, sempre meno disposta a valorizzare la scuola, la cura, l’attenzione per il prossimo, la relazione educativa e il lavoro degli insegnanti.
Ma poi si parla di metal detector, pene da inasprire, mancanze della scuola, un’ora settimanale di educazione alle emozioni... e capita perfino di sentire un giornalista chiedere se la professoressa era brava.
“No Lives Matter” non è soltanto il nome di una rete internazionale che attira ragazzi e bambini grazie a piattaforme online come Telegram, Discord, Minecraft e Roblox, e non è soltanto lo slogan che compare sulle magliette e sui manifesti di alcuni ragazzi che hanno compiuto o tentato omicidi scolastici. “No Lives Matter” è una formula che traduce con precisione l’ideologia di svalutazione della vita, in qualsiasi sua forma, che attraversa la nostra società, e che nel disagio giovanile trova un evidente rispecchiamento.
Il disagio di ragazzi e bambini nasce già nell’adesione alla legge del più forte, nel disprezzo verso i deboli e i bisognosi, nel culto del successo e del potere, nella rimozione del corpo, delle emozioni, della realtà di ciò che ci radica nel mondo, nell’indifferenza e nella complicità di fronte a violenze, guerre e genocidi. Tutto questo è già “No Lives Matter”.
Quindi non parliamo solo di scuola, per favore, ma allarghiamo la visuale, riflettiamo in profondità.
All’inizio di quest’anno scolastico ho scritto un testo a proposito di Gaza, che sarebbe stato poi sottoposto all’attenzione del collegio docenti e pubblicato in una forma rielaborata sul sito della mia scuola. Ricopio qui alcuni passaggi del testo originario, perché credo sia necessario ribadire con forza queste parole:
«Abbiamo visto alimentarsi negli ultimi anni una frenetica corsa al riarmo, nel nostro come in molti altri paesi, a fronte di ingenti esportazioni di armi e di continui tagli in settori fondamentali dello stato sociale, come l’istruzione e la sanità pubblica. Noi crediamo che in una società militarizzata si riduca ogni occasione di conoscenza, dialogo e comprensione reciproca, dunque qualsiasi possibilità di convivenza armoniosa e di risoluzione pacifica dei conflitti. Ogni giorno, inoltre, constatiamo quanto la violenza di un potere ancora legato a logiche imperialiste e colonialiste stia permeando non solo i rapporti fra stati e il nostro immaginario collettivo, ma anche il linguaggio e le relazioni che condividiamo.
“Definisci bambino” sono le parole dette in tv da un medico israeliano, in risposta a una domanda sulle migliaia di bambini palestinesi sterminati assieme alle loro famiglie. “Eldorado immobiliare” è l’espressione con cui un ministro israeliano ha descritto il luogo di questo terribile massacro, riconosciuto dalle Nazioni Unite come un genocidio. “Finire il lavoro” è il modo in cui Trump e Netanyahu parlano dello sterminio di un popolo inerme, nel contesto di un progetto di spartizione e dominio unilaterale che definiscono “piano di pace”.
La violenza di queste parole è nell’oblio dell’umano e della vita, ovvero in qualcosa che ci riguarda tutti da vicino, e che sentiamo il dovere di difendere dai soprusi del potere, della menzogna, dell’avidità e dell’ignoranza. Come insegnanti e educatori, è nostro compito contrastare la deriva disumanizzante che si rispecchia in queste parole. “Disarmare le parole”, come han detto Papa Francesco e Papa Leone XIV (richiamandosi a Simone Weil), ma anche ritrovare le parole per raccontare, testimoniare, dialogare, infine immaginare un domani diverso.»
(foto: sulla lavagna della mia classe)