22/01/24

Hayao Miyazaki. La ferita dell’airone


Un ricordo indelebile dell’infanzia di Miyazaki risale al 19 luglio 1945, quando i bombardamenti raggiunsero la città di Utsunomiya, dove l’anno precedente la sua famiglia si era trasferita da Tokyo in una grande tenuta di campagna vicina all’azienda del padre e dello zio, specializzata nella costruzione di componenti per aerei da guerra. Il regista, che allora era un bambino di quattro anni e mezzo, ricorda il cielo infuocato nel cuore della notte, il piccolo camion aziendale dello zio, sul quale salì assieme ai genitori e al fratello maggiore Arata, le strade circondate dalle fiamme, e infine l’arrivo di un gruppo di persone in cerca di riparo.
«Non ricordo benissimo questo episodio, ma sono certo di avere sentito la voce di una donna che diceva: “Per favore, fateci salire”. Non so se sia un ricordo mio o se l’ho sentito dai miei genitori ma ho come l’impressione di averlo visto. Era una donna con una bambina, qualcuno del quartiere che correva verso di noi dicendo: “Per favore, fateci salire!” Ma il veicolo proseguì. E quella voce si è insediata nella mia testa, come è tipico degli eventi traumatici.» (Susan Napier, MondoMiyazaki, Dynit 2020, p. 31)

Sappiamo che Arata ricorda l’episodio in modo differente, parlando non di una donna ma di un vicino di casa, e di un camion troppo piccolo per poter accogliere altre persone. A prescindere da come si sono svolti i fatti, tuttavia, il racconto di Miyazaki e le sue riflessioni sono state oggetto di attenzione da parte di biografi e studiosi, che hanno evidenziato il senso di colpa del bambino per il benessere dalla sua famiglia in anni di guerra e miseria, il risentimento contro i genitori, accusati di non aver prestato soccorso, e ancora la curiosa comparsa della donna con la bambina, un probabile ricordo di copertura considerato da alcuni sintomatico del ruolo che nei suoi film avrebbero assunto le figure materne e femminili. Un ultimo elemento degno di nota riguarda il pensiero che le cose avrebbero potuto andare diversamente, connesso all’idea di una responsabilità che in modo paradossale ma significativo investe il bambino: «Se fossi stato genitore e mio figlio mi avesse detto di fermarmi, io credo che mi sarei fermato» osserva Miyazaki. «Ci sono molte ragioni per cui non si poteva fare… ma penso comunque che sarebbe stato meglio se avessi detto loro di fermarci. O se l’avesse detto mio fratello maggiore.»


Nel nuovo film di Miyazaki, Il ragazzo e l’airone, questo tragico vincolo di responsabilità lega il ragazzo protagonista alla madre, che nella prima scena, ancora bambino, tenta invano di soccorrere durante un incendio divampato nel cuore della notte nell’ospedale in cui si trova la donna. Dopo la morte della madre, Mahito si trasferisce con la sua famiglia in una grande tenuta di campagna, verosimilmente modellata sui ricordi autobiografici di Utsunomiya. Il padre si è risposato con la sorella minore della defunta moglie, ma il ragazzo continua a sognare la madre avvolta dalle fiamme. Il processo di rielaborazione creativa delle memorie dolorose della propria infanzia ha insomma spinto il regista ad ambientare a Tokyo la “scena primaria” del trauma, e soprattutto a trasformare la donna del suo ricordo nella madre di Mahito, richiamandosi anche ai ricordi dell’immediato dopoguerra, quando sua madre malata di tubercolosi trascorse lunghi periodi di ricovero in ospedale. Miyazaki non si è però limitato ad amplificare in questo modo l’effetto del trauma e il senso di colpa del ragazzo per la madre che non ha saputo soccorrere: scegliendo di rappresentare Mahito come un ragazzo di undici anni ha anche posto le condizioni perché il suo alter ego fosse pronto a superare il dolore della propria infanzia, affrontando un viaggio che segna per lui l’ingresso in una nuova età della vita.

Nell’immensa tenuta di campagna Mahito abita una cameretta isolata, nella quale la sollecitudine delle sette domestiche rischia di trattenerlo in balia dell’angoscia infantile per proteggerlo da minacce più oscure, che coinvolgono l’imminente parto della matrigna e una strana torre abbandonata, dove un tempo abitava il prozio. Il ragazzo è quieto e taciturno, ma nel suo sguardo corrucciato e nella sua stanchezza è facile indovinare l’accumulo di emozioni che faticano a manifestarsi, come il risentimento nei confronti del padre industriale e la vergogna della propria estraneità rispetto ai compagni di scuola, appartenenti a famiglie di estrazione sociale molto più umile. Dopo una lite coi compagni, rimasto solo, Mahito si colpisce la testa con una pietra: è il momento in cui la sua rabbia trova per la prima volta espressione, e come negli antichi riti di iniziazione dà origine a una ferita simbolica. Durante la convalescenza, poi, il ragazzo trova un romanzo che la madre gli ha lasciato in dono, E voi come vivrete? (1937) di Genzaburō Yoshino, con una dedica che dal passato osa evocare il futuro – «Quando sarai grande» –, convocandolo dunque nel momento presente.

Lo spirito guida del viaggio che attende Mahito è un airone cenerino, emissario dell’altro mondo nel folklore giapponese, che al suo arrivo nella casa scende in volo verso di lui. L’ultima scena di Si alza il vento (2013) vedeva la flotta dei caccia giapponesi destinati alla morte salire nell’immensità del cielo, fino a diventare i tanti puntini luminosi di uno stormo. Dieci anni dopo, questo uccello solitario appare come il messaggero di un nuovo cielo deserto, sgombro dagli aerei come dalle contraddizioni che nel film precedente opponevano ai sogni creativi del progettista la realtà distruttiva della guerra. Il tempo non ha dissolto le tensioni e il dolore, ma ne ha depositato i resti in una dimensione subliminale, che dall’oscurità dell’inconscio, per non sommergere e schiacciare il protagonista, chiede di essere integrata nella coscienza. Quando Mahito comincia a conoscere l’airone e impara a tenergli testa, scopre così che in realtà si tratta di una creatura ibrida, che unisce in sé l’ambiguità del daimon e del trickster, e sotto le spoglie animali svela grotteschi tratti antropomorfi. Ed è ancora una volta una ferita simbolica a stringere il loro legame nel passaggio all’altro mondo: il ragazzo colpisce l’airone con una freccia incantata dalle sue penne, e in seguito sarà lui stesso a medicargli la ferita, consolidando un vincolo reciproco più forte dell’ingannevole rivalità.

Il mio vicino Totoro (Hayao Miyazaki, 1988)

La tomba delle lucciole (Isao Takahata, 1988)

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