15 gennaio 2016

Un omaggio di Maurice Sendak a Mickey Mouse


La figura di Mickey Mouse è stata per Maurice Sendak oggetto di uno speciale legame affettivo nato negli anni dell’infanzia (il suo primo disegno conservato ritrae appunto il personaggio di Walt Disney), riflesso nella sua produzione artistica (il bambino di In the Night Kitchen è chiamato Mickey) e sancito anche in punto di morte nelle sue ultime volontà testamentarie (dove i primi beni destinati al Rosenbach Museum di Philadelphia riguardano la sua collezione di memorabilia di Mickey Mouse, stimata la seconda più grande al mondo). Nel 1978, in occasione del cinquantesimo compleanno di Mickey, Sendak celebrò la ricorrenza ricapitolando in un articolo di giornale le tappe della loro lunga e importante amicizia (Growing up with Mickey, «TV Guide Magazine», 11/11/1978). L’articolo viene di seguito riproposto in una traduzione italiana.

A sinistra: un disegno di Mickey Mouse realizzato da Maurice Sendak a sei anni (1934).
A destra: un suo autoritratto da adulto insieme a Mickey Mouse.


Crescere con Mickey
Maurice Sendak

Quest’anno Mickey Mouse e io celebreremo il nostro cinquantesimo compleanno. Abbiamo condiviso, almeno durante il primo decennio di vita, molto più che la stessa iniziale del nome; il nostro era il migliore dei legami e una delle poche gioie genuine della mia infanzia nella Brooklyn dei primi anni ‘30.
Erano gli anni della Depressione, e noi dovevamo farvi fronte. Ciò – almeno per i bambini – era perlopiù una questione di fumetti e film. Mickey Mouse, a differenza delle piccole star del cinema che a quell’epoca sfilavano sugli schermi, non mi faceva sentire inferiore. Per i bambini della mia generazione, messi a confronti coi celebri pupi del grande schermo, non era forse infrequente soffrire a causa dei paragoni sconsiderati dei propri genitori. Quanto a me, non posso dimenticare lo sguardo deluso, come di chi è stato truffato o abbandonato dalla fortuna, negli occhi di mio padre, mentre dall’immagine radiante di Shirley Temple si volgeva di nuovo a quella dei tre bambini ungolden che aveva generato. Ah, la magnifica e ricca benedizione, così tipica del sogno americano, di avere per figlia una piccola Shirley Temple e per figlio un piccolo Bobby Breen! Quei mostriciattoli in miniatura che cantano lo jodel e ballano il tip-tap, traboccanti della loro vita scintillante, io non li ho mai potuti perdonare.
Ma Mickey non aveva nulla a che fare con loro. Lui era il nostro amico di strada. Mio fratello, mia sorella e io masticavamo la sua gomma, ci spazzolavamo i denti con il suo spazzolino, giocavamo con lui a una varietà pressoché infinita di giochi e leggevamo delle sue avventure sulle strisce a fumetti e sui libri di storie per bambini. Soprattutto, il nostro compagno di strada era anche una star del cinema, e nell’oscurità delle sale, l’improvviso lampo del suo volto brillante, selvatico e gioioso – capace di irradiare una splendida luce dorata – mi colmava di un piacere inebriante e puro.

A scuola imparai a disprezzare Walt Disney. Di lui mi si disse che ha corrotto la fiaba ed era la personificazione del cattivo gusto. Cominciai così a guardare con sospetto la mia reazione istintiva a Mickey. Poi, mi ci vollero quasi venti anni per riscoprire il piacere di quella prima sincera reazione e per combinarla con il mio lavoro di artista. Altrettanti anni almeno impiegai per dimenticare gli effetti corruttivi della scuola. Un bambino cresciuto durante il Rinascimento all’ombra della Cappella Sistina ha avuto forse più fortuna, essendo i suoi istinti affinati da qualcosa di cui tutti riconoscevano il valore. Io ho dovuto cavarmela con Mickey Mouse.
Benché all’epoca non ne fossi consapevole, ora so che una buona parte del piacere che traevo da Mickey – un piacere ricco, sensuale – aveva a che fare con le sue bizzarre ma gratificanti proporzioni, la grande testa arrotondata che quelle orecchie nere discoidali allungavano ancora di più, i rossi pantaloncini gonfi che calzavano così aderenti al suo busto nero, le minuscole gambe infilate in un paio di scarpe gialle deliziosamente soffici. Gli enormi guanti bianchi, i bottoni gialli, il taglio degli occhi e il sorriso ammaliante costituivano le ultime squisite rifiniture della sua immagine. Sto descrivendo, è evidente, il Mickey dei primi cartoni animati a colori (il primo dei quali fu The Band Concert del 1935). Il Mickey in bianco e nero della fine degli anni ‘20 e dell’inizio degli anni ‘30 aveva un aspetto più selvatico e rozzo. La sua età d’oro, a mio parere, risale alla metà degli anni ‘30. Una forma ingegnosa, confezionata in primo luogo per facilitare il compito degli animatori, che stillava un magnifico senso di appagamento fisico e di piacere – una forma d’arte che colpiva e stimolava intensamente l’immaginazione.

Non amo tanto il carattere e la personalità di Mickey – quella dell’attore/ragazzo della porta accanto, dell’uomo di mondo – quanto la sua natura di immagine puramente grafica. (Il suo provincialismo mi disturbava perfino da bambino.) Ahimè, quel Mickey dell’età d’oro si è evoluto in una serie di forme sempre meno originali a partire dalla fine del suo primo decennio di vita. Ogni singola aggiunta e modificazione operata di lì in avanti sulle proporzioni di Mickey è stata a mio parere un errore. Mickey è diventato così un cittadino, abbandonando i suoi compagni di strada per trasformarsi in uno sciocco e informe bon vivant. Queste modifiche, non sempre sottili, hanno gradualmente spinto Mickey fuori dalla sfera dell’arte verso il mondo del commercio. (Mickey è sempre stato, certamente, un fenomeno commerciale, ma ora appariva commerciale.) Questa trasformazione, per me così cruciale, parve non fare la minima differenza per le generazioni successive. Ancora oggi Mickey è popolare come sempre. Ma questi bambini, come Mickey, stavano perdendo il meglio.
La mia collezione personale di oggetti di Mickey Mouse è rigorosamente limitata a quel suo primo decennio di vita. Una collezione di questo genere non può mai avere fine, e stranamente non vi è alcun desiderio di portarla a termine. Per fortuna, un’infinità incredibile di Mickey sono stati prodotti in quei primi anni (come anche tutt’ora), e la loro ricerca diventa oggi una squisita ossessione. Cercare il suo volto – quell’immagine animata da un così folle e intenso carisma – per ritrovarlo su una cartolina, sul coperchio di una scatola, su un pezzo di stagno o porcellana, è un piacere che non ha mai fine.
Come artista, il Mickey che ha esercitato un’influenza su di me è quello di quei primi anni, che furono anche i miei anni d’infanzia. Data la mia abitudine a nominare gli eroi dei miei libri illustrati in modo che condividano l’iniziale del mio nome, come in una sorta di gioco kafkiano, soltanto una volta sono uscito allo scoperto e ho voluto associare uno specifico personaggio al celebre topo. Si tratta di Mickey, eroe del mio libro In the Night Kitchen, scritto nel 1970. In quel caso mi sembrò un gesto naturale e sincero, mentre esploravo con entusiasmo una fantasia privata e prediletta della mia infanzia, richiamare espressamente il mio migliore amico dell’epoca. In the Night Kitchen è in questo senso una sorta di omaggio ai tempi e ai luoghi passati – dalle commedie di Laurel e Hardy al film King Kong, dall’arte di Disney ai fumetti in generale, e soprattutto a quelli fantastici creati all’inizio del secolo da Winsor McCay. Attraverso il libro ho anche cercato di realizzare una sintesi tra passato e presente, con Mickey nel ruolo di un fido mediatore. E se la Disney mi ha fastidiosamente impedito di raffigurare la sua venerabile immagine su un fornello da cucina che compariva nella storia, io attribuisco la cosa al generale declino della civiltà.
I cinquant’anni rappresentano notoriamente la mezza età della crisi e del cambiamento, e senz’altro, come artista, dovrò attraversare a breve i consueti alti e bassi creativi. Eppure, in una mia fantasia, immagino Mickey che a questa età si libera da ogni vincolo – à la Steamboat Willie – e dichiara la propria indipendenza reclamando il suo io originario, che la prosperità e l’indifferenza gli hanno sottratto. Un’idea sciocca senza alcun dubbio, eppure, se come ci si augura la mezza età precede una rinascita dello spirito e dell’ispirazione, allora forse Mickey ha una possibilità di successo. Buona fortuna, Mickey – e buon compleanno.

Un giocattolo tedesco a manovella raffigurante una coppia di Mickey Mouse,
parte della collezione di Maurice Sendak e venduto all’asta nel 2014 per più di 20000 dollari.


[L’articolo originale in inglese è stato ripubblicato di recente in: Garry Upgar (a cura di), A Mickey Mouse Reader, Jackson, University Press of Mississippi, 2014, pp. 191-194.]