27 dicembre 2014

Antonio Rubino. Le figure dell’infanzia sul «Corriere dei Piccoli»


Il ricordo di Antonio Rubino è connesso in primo luogo, nella memoria collettiva, alle numerose serie di fumetti pubblicate durante la sua longeva collaborazione con il Corriere dei Piccoli – svoltasi in modo discontinuo dal 1908 al 1959 –, e in modo particolare a quelle più antiche, che risalgono agli anni precedenti la prima guerra mondiale.

Secondo le convenzioni della rivista, le tavole di Rubino sul Corriere dei Piccoli si differenziano dai comics americani per l’assenza delle classiche nuvolette contenenti le parole dei personaggi – i cosiddetti balloons –, sostituite da didascalie composte da coppie di ottonari in rima e collocate sotto ogni vignetta. L’interazione tra immagine e parola risulta così meno accentuata, ed una maggiore importanza viene ad assumere il lavoro di composizione delle vignette, la resa degli ambienti e la figurazione icastica dei personaggi.

Protagonisti indiscussi delle storie di Rubino sono i bambini, raffigurati nelle sue tavole in una grande varietà di caratteri e situazioni. Il repertorio di queste figure infantili attinge ad alcune tipologie classiche e tradizionali (il bambino monello, il bambino diligente, la bambina vanitosa), ma si arricchisce di volta in volta grazie all’inventiva e all’originalità dell’autore, sempre propenso a sperimentare nuove soluzioni di comicità.

Pierino e il burattino (1909)
Il primo personaggio in ordine di apparizione, presentato sul secondo numero del 3 gennaio 1909, è Pierino, bambino ben educato e un tantino lezioso alle prese con un odioso pupazzo di cui non riesce mai a sbarazzarsi: per quanti sforzi faccia per liberarsene, una serie di coincidenze al limite dell’assurdo fa sì che il pupazzo torni inesorabilmente da lui. La figura di Pierino, stilizzata in maniera essenziale, si caratterizza per i capelli neri a caschetto e per gli abiti bizzarri, forse ispirati a quelli del Buster Brown di Richard Felton Outcault (un bel cappotto rosso o azzurro abbottonato dalle ampie maniche, con colletto e fiocco; un cappello a bombetta; calzoncini corti, calzettoni lunghi e scarpette eleganti, con fibbia o con ghette). La famiglia di Pierino appartiene con evidenza alla classe alto borghese – pubblico privilegiato del Corriere della Sera, e per estensione del Corrierino: la madre è una giovane signora slanciata, bella ed elegante, che pare uscita da una pubblicità liberty; il padre, altrettanto inappuntabile, è un ricco imprenditore provvisto di baffi arricciati e monocolo. Il pupazzo – elemento perturbante in questo idilliaco contesto familiare – è un burattino vestito di rosso con un cappello a cilindro, dagli occhi sgranati e dalle grandi labbra che coprono quasi per intero il volto nero, enigmatico quanto inquietante – “sardonico gnometto”, secondo la definizione di Antonio Faeti, la cui iconografia richiama forse la figura del Golliwogg, nero bambolotto comparso nella letteratura per l’infanzia alla fine del XIX secolo e divenuto poi un prodotto commerciale molto popolare in Europa.

A. Rubino, Pierino e il burattino (1909)

Nella storia inaugurale Pierino regala il pupazzo ad un ragazzino povero, ma una signora anziana, credendo che quest’ultimo l’abbia rubato, lo riconsegna prontamente al padrone, il quale lo lancia subito dopo dalla finestra nel giardino, per vederselo riportare indietro da un cane scodinzolante. Quando poi Pierino, con un sorriso di perfidia sul viso, lo getta in un camino, il pupazzo finisce in una zuppiera, da cui viene estratto la sera stessa, a tavola, dalla sua stessa madre. L’ultima tavola mostra Pierino a letto, disperato, mentre “fa orribili sognacci/ di pupazzi e di pagliacci”. Nelle storie seguenti Pierino prova inutilmente a liberarsi del pupazzo gettandolo in un fiume, legandolo al pastrano di un signore incontrato per strada, attaccandolo ad una mongolfiera, facendone il bersaglio di un tiro a segno e in mille altri modi sempre più ingegnosi. Il pupazzo, oltre a godere del favore delle più improbabili circostanze, dà l’impressione di essere indistruttibile: Pierino non riesce a tagliarlo con un paio di forbici, e perfino una bomba capace di demolire una casa risulta per lui inoffensiva.

A. Rubino, Pierino e il burattino (Corriere dei Piccoli, I, 44, 1909)

Secondo personaggio in ordine di apparizione, ma destinato a comparire in una sola storia, è un bambino terribile della stessa stirpe da cui provengono lo Struwwelpeter di Heinrich Hoffmann (1845) e Max und Moritz di Wilhelm Busch (1865): Mario il monello, bambino che si diverte a maltrattare gli animali e a vederli soffrire: prende a bastonate il cane, schiaccia i fiori tra le pagine dei libri e infilza con lo spillo le farfalle per puro piacere sadico, gioisce nel vedere le galline arrostire sullo spiedo. La successiva vendetta degli animali, riuniti in assemblea, segue la legge del contrappasso: il monello viene dapprima preso a randellate dal cane, poi compresso dai fiori nelle pagine di un libro, dunque infilzato dalle farfalle, infine cotto a puntino sullo spiedo sotto gli sguardi divertiti del gallo, dell’oca e della gallina.

A. Rubino, Mario il monello (Corriere dei Piccoli, I, 3, 1909)

A. Rubino, Gigetta (Corriere dei Piccoli, I, 11, 1909)

Altrettanto surreale, ma in chiave onirica (un richiamo, forse, al Little Nemo in Slumberland di Winsor McCay), è l’avventura di Gigetta, protagonista come Mario di una sola storiella. La bambina si addormenta sul tavolo, davanti a un libro e alla boccia dei pesci, e nelle tavole successive, condotta da una fata, viene catapultata in fondo al mare, tra pesci abissali, carrozze-conchiglie, aragoste e seppie poco amichevoli e infine un’enorme, orribile cozza in cui rimane intrappolata la sua mano. Risvegliatasi, la bambina si trova seduta al tavolo piagnucolante con la mano stretta tra le pagine del libro.

Altri due celebri personaggi, protagonisti di una tra le più fortunate serie a fumetti di Rubino, fanno la loro comparsa il 6 febbraio 1910: si tratta di Pino e Pina, due scolaretti diligenti – fratello e sorella – colti in un’eterna, paradossale corsa contro il tempo per arrivare a scuola in orario. La storia iniziale riassume alla perfezione gli ingredienti della serie: nella prima tavola Pino e Pina salutano la mamma, felici di andare a scuola (“Per Pinuccio e la Pinetta/ è gran festa andare a scuola”) ma anche ansiosi di arrivare in tempo (“Un bacione in fretta in fretta:/ presto in via chè il tempo vola”). Il contrattempo non tarda ad arrivare: per strada i due bambini si imbattono in una folla di gente in fuga da un palazzo in fiamme; travolti dalla ressa, scoppiano in lacrime e vengono scambiati da un pompiere per dei sopravvissuti all’incendio. Chiarito l’equivoco, quando finalmente Pino e Pina possono correre liberi verso la scuola, trovano il cancello chiuso: sulla torre, un immenso orologio indica che “l’ora buona è già trascorsa!”.

Pino e Pina nel 1910 e nel 1926.

Nelle storie seguenti l’abnegazione di Pino e Pina per arrivare in orario a scuola sarà sempre maggiore, tanto che essi rinunceranno di volta in volta ai pasticcini della colazione, al sonno mattutino e perfino ai loro giocattoli, che abbandonano di buon grado nel parco cittadino. Per strada, i contrattempi sono di volta in volta una parata interminabile di soldati, l’intrico di fili di un aquilone in cui si impigliano entrambi, uno sciagurato colpo di vento che trasporta il berretto di Pino in un secchio di cemento, un urto casuale che getta per terra le cartelle degli scolaretti, sparpagliando sulla strada decine di fogli che prontamente si incollano alle ruote di un calesse. Per i poveri scolari l’incubo dell’esclusione è destinato a ripetersi sempre uguale, ed ogni storia si conclude invariabilmente davanti all’enorme orologio e al cancello della scuola, su cui campeggia inesorabile la scritta “CHIUSO”; né la dinamica muta allorché i due devono recarsi alle ripetizioni pomeridiane dal maestro, il quale affigge fuori dalla casa un cartello che recita “Stanco di attendere sono uscito”. Nemmeno il progetto più audace e assurdo di Pino e Pina – concepito nella storia del 15 agosto 1926 – potrà impedire la catastrofe. I due, dopo aver studiato fino a mezzanotte per l’esame dell’indomani, si mettono a letto ma non riescono a dormire, timorosi che la sveglia non suoni. Alle tre di notte, allora, si alzano dal letto, si vestono e si incamminano lungo le strade della città, sicuri di giungere a scuola prima degli altri. Arrivati presso la scuola quando il buio è ancora pesto, i due si siedono ai piedi di un albero per aspettare il sorgere dell’alba, ma l’imprevisto è in agguato: “Così aspettando, placidi e beati/ finiscon per cadere addormentati.” Risvegliatisi, si presentano davanti a scuola e scoprono che è già passato mezzogiorno!

Il 29 agosto 1926 i poveri scolaretti finiscono per essere rimandati ad ottobre a causa delle ripetute assenze da scuola, ma grazie ad un annuncio sul giornale scoprono l’esistenza di una “Scuola Ideale”, concepita proprio per permettere agli studenti bocciati di studiare durante l’estate senza rinunciare al divertimento. Pino e Pina vengono così ammessi alla scuola, dove conoscono il “tondo, piccolo, affabile e lieto” maestro Anacleto, che consegna loro il prezioso orario delle lezioni, e la bidella Argia, provvista di battipanni e scope per punire gli eventuali ritardi. La storia, come è facile prevedere, vedrà di nuovo Pino e Pina affannarsi in tutti i modi per arrivare a scuola in orario, salvo ricevere alla fine, proprio come in un brutto sogno ricorrente, l’ennesima delusione.

Pippotto e Barbabucco (1911)
A lieto fine, invece, sono le storie di Pippotto e Barbabucco, che appaiono sul Corriere dei Piccoli a partire dal 20 marzo 1910. Scompare in esse l’ambientazione borghese e urbana in cui si svolgono le disavventure di Pierino e di Pino e Pina, sostituita dalla natura incontaminata della montagna dove Pippotto trascorre una felice vita da contadinello tra ampi prati verdeggianti, foreste e alture rocciose. L’elemento perturbante, questa volta, non è più l’orrido giocattolo di Pierino, bensì un rabbioso caprone di nome Barbabucco che cerca in tutti i modi di vendicarsi delle ingiurie di Pippotto, il quale di volta in volta ne disegna il ritratto su una roccia, lo prende a modello per un travestimento buffo, gonfia un palloncino a sua immagine e somiglianza, ne fa il bersaglio per un tiro a segno e via dicendo. La poderosa incornata del caprone, che sorprende Pippotto alle spalle facendogli compiere un gran balzo lontano dal luogo in cui si trova, si conclude con uno smacco per l’animale: il contadinello, assistito da una provvidenziale quanto improbabile fortuna, atterra sempre in modo indolore – su una polenta fumante, sul palo dell’albero di cuccagna, su un’altalena – e così si ricongiunge felicemente alla compagna di giochi Carolina. Nell’ultima tavola, mentre i due contadinelli se la ridono, il caprone “cattivo e negro” fa capolino in lontananza, rabbioso all’inverosimile, ridotto ad una figurina inoffensiva.

A. Rubino, Pippotto e Barbabucco (Corriere dei Piccoli, III, 52, 1911)

Una filastrocca di Franco Bianchi, pubblicata il 14 febbraio 1909 sul Corrierino, fornisce a Rubino la diretta ispirazione per il personaggio che fa il suo esordio il 7 agosto 1910: Quadratino, protagonista di una serie che si esaurisce in appena sette puntate ma destinato a divenire in assoluto il personaggio a fumetti più celebre ed emblematico dell’autore.

A. Rubino, Quadratino (1910)

I motivi di questa fama sono da riconoscere in primo luogo nel fascino figurativo del personaggio, un bambino dalla grande testa quadrata risolto graficamente in un’efficace stilizzazione immediatamente riconoscibile, e nell’originale trovata che è alla base di tutte le storie. Il nome e la rappresentazione del personaggio alludono all’uso figurato dell’aggettivo “quadrato”, volto ad indicare una persona assennata e ragionevole; la creatività umoristica di Rubino, però, non si limita a formalizzare l’espressione (secondo un procedimento noto come letteralizzazione della metafora), bensì gioca a ribaltarla presentandoci un bambino di forma quadrata che tuttavia è quanto di più lontano da un bambino “quadrato”. Come ogni bambino che si rispetti, e tanto più in quanto abita un mondo rigorosamente geometrico ed è circondato da figure femminili impeccabili, tutte quante cultrici di scienze matematiche – Quadratino ama eludere la sorveglianza dei familiari, quand’essi sono distratti, indaffarati o assopiti, per avventurarsi nei territori del proibito e concedersi qualche gustosa golosità: una scatola di biscotti in cima all’armadio; dell’uva custodita in solaio, una dolce pesca appesa ad un ramo nel giardino; un melone che si trova nell’orto di un vicino e via dicendo. La golosità del bambino non viene mai soddisfatta, ma puntualmente punita non appena egli si mette nei guai: una botta in testa, un capitombolo giù dalle scale, l’agguato di un banco di pescisega ed altri inconvenienti cambiano di forma il suo viso quadrato, che nel corso della serie assume l’aspetto di un rettangolo, un cerchio, un triangolo, un rombo, un trapezio, un ottagono ed un esagono. Solo il soccorso tempestivo delle premurose figure familiari – la mamma Geometria, la nonna Matematica, l’aia Trigonometria –, munite di apposite squadre, righe e compassi, consente a Quadratino di tornare alla sua forma originale: l’opportuna “correzione” lo trasforma di nuovo in un bambino quadrato, nell’illusione, forse, di poterne fare in questo modo un bambino “quadrato”. Ciò che conta, in ogni caso, è la reversibilità del danno, che esclude qualsiasi angoscia del peccato e senso di colpa dall’animo del bambino, delineando quella pedagogia che Gianni Bronuro ha definito “mediterranea, solare, serena, giocosa”.

A. Rubino, Quadratino (Corriere dei Piccoli, II, 32, 1910)

Cirillo (1911)
Più piccolo, ma non meno incorreggibile, è un bimbo di nome Cirillo che compare nelle storie del 1911 con una cuffietta a fiocchi sul capo e un vestitino rosso, e ricorda molto da vicino il bimbo capricciosissimo della striscia Newlyweds di George McManus, ribattezzato proprio Cirillino sulle pagine del Corriere dei Piccoli. Figura emblematica dell’infanzia volubile, insaziabile, dominata dall’egoismo e dal narcisismo, Cirillo tiranneggia coi propri capricci gli adulti e i genitori, in particolar modo il padre troppo permissivo, sempre pronto a idolatrarlo. Nella prima storia del 26 febbraio vediamo il suo buon padre, sor Tranquillo, portarlo in un negozio di giocattoli per comperargli un regalo. “Vuoi la nave od il trenino?” gli chiede. Cirillo fa segno di volerli entrambi, ma subito dopo si mette a strillare: non è ancora contento. Il padre ed il giocattolaio gli portano allora una sciabola fiammante, dei birilli, un elefante, un cavallino e mille altri giocattoli, finché la bottega non rimane completamente vuota. Sor Tranquillo e Cirillo tornano allora a casa seguiti da una lunga processione di giocattoli, che il bimbo guarda sorridente mentre il padre sembra perplesso. Nella storia di Natale il padre lo porta a spasso e gli compera un panettoncino. Il bimbo, però, ne vuole subito un secondo, poi un terzo, ed ogni volta le sue pretese aumentano. Il padre ed il fornaio fanno allora a gara per portargli decine e decine di panettoni, ma il pianto di Cirillo e le sue urla indiavolate non cessano; nemmeno alla fine, quando i due adulti si urtano e il bimbo è sepolto sotto una valanga di panettoni, Cirillo smette di strillare a perdifiato che ne vuole ancora.

Lola e Lalla (1912)
Nel 1912 fanno il loro debutto una coppia di bambine, Lola e Lalla, protagoniste di alcune storielle dove una semplice lezione morale si coniuga alla consueta vena umoristica giocata sull’imprevisto e sul ribaltamento dei ruoli. Lola è una bambina presuntuosa e piena di vanità, che non perde occasione per mostrare la propria bellezza ed eleganza; Lalla, al contrario, è una bambina semplice, e per questo motivo viene rifiutata da Lola come amica. L’imprevisto ribalta la situazione a favore di Lalla, che a seguito di una caduta o di un urto si trova adornata da un mix impensabile di decorazioni, composto di volta in volta da ghirlande di fiori, vassoi di dolci o carte da gioco. Lola, inviperita per aver perduto il centro della scena, non può fare a meno che infuriarsi, mentre Lalla si rallegra di essere diventata con un colpo di fortuna la più bella.